domenica 2 maggio 2010

Io e Gigiorso

Mi svegliai dopo due ore dallo schiaffo con la netta sensazione che mi avessero rimontato i lineamenti a casaccio. Ero seduto su una sedia, in circolo insieme ad altri: la mia prima seduta di disintossicazione e non sapevo nemmeno come c'ero arrivato. Il tizio accanto a me era in piedi, narrava la sua storia; si chiamava Adelmo Persichetti, impiegato del catasto, era lì per disintossicarsi da Farmiville, il giochino su facebook. Raccontava di aver iniziato con un piccolo pezzetto di terreno virtuale, così, per passare il tempo e nel giro di pochi mesi aveva coltivazioni di qualsiasi cosa e conosceva perfettamente i cicli di crescita di tutte le sue piante ed animali. Non pensava ad altro e aveva finito per perdere tutto; stava notte e giorno nella sua fattoria virtuale, anche in ufficio; lo scoprirono e fu licenziato, dissero che i suoni del gioco disturbavano il sonno dei colleghi. Anche la fidanzata lo aveva lasciato, lei gli aveva detto: “Ti devo parlare” e lui, “Aspetta che finisco la raccolta delle patate a pasta gialla”, aveva sentito solo il rumore della porta che sbatteva. La decisione di venire nel gruppo di Frate Gigiorso l'aveva presa quanto aveva cominciato a spargere concime organico sulla tastiera del portatile. Gigiorso gli si avvicinò a braccia larghe e con un sorriso benevolo, le mie guance guairono di paura, “Figliuolo, tu avevi intrapreso la strada della perdizione confondendo la vera vita con degli appezzamenti virtuali, hai perso il contatto umano ma qui con noi lo ritroverai” e SBAM SBAM, gli assestò due ceffoni che avrebbero stordito una mucca chianina. Sono stato nel gruppo di recupero di Frate Gigiorso per un anno, prognosi più prognosi meno, ed ho conosciuto la sua storia, me l'ha raccontata il più anziano degli appartenenti al gruppo; lo chiamavano Pablo, non perché fosse spagnolo ma perché, a furia di contatto umano, aveva la faccia come il miglior Picasso nel periodo cubista. Mi disse che il vero nome di Gigiorso era Luigi Orsato e che prima dell'illuminazione faceva il perito informatico, viveva per la tecnologia, aveva a casa tutti i più moderni ritrovati della domotica; apriva e chiudeva le tapparelle con un sms e tirava lo sciacquone con un app dell'iphone. Poi, un giorno, scoprì la sua fidanzata che si spogliava in cam per soldi, nel senso che pagava lei, ed ebbe un crollo; da allora si era spogliato di tutti i suoi averi e dedicato alla riabilitazione degli schiavi della tecnologia, ne aveva fatto la sua missione. Gigiorso aveva bandito tutto quello che era tecnologico e viveva in clausura, non voleva nemmeno sentirla nominare, la tecnologia; una volta mi scoprì che leggevo un sms e mi disse, fissandomi con i suoi occhi vuoti: “E' di Gian Gino?”, “Ancora? Ma chi è 'sto Gian G...” SBAM SBAM, e tornai a rivedere le stelle. Gian Gino rimaneva un mistero, provai anche a chiedere a Pablo, “Ma tu che sei qui da tanto, lo sai chi è 'sto Gian Gino?!”, non fece in tempo a rispondermi, sentii prima, alle mie spalle, un vento gelido, poi una puzza immonda, una puzza che ormai conoscevo bene ed allora capii. Riemersi di colpo dal gorgo dei miei ricordi per ritrovarmi al Club Papillon; Dakota si stava esibendo con il suo cavallo di battaglia, ogni volta mi chiedo come facciano a far stare un sauro così grosso su quella piccola pedana, con i pali nel mezzo per giunta. Mi volto ed il tizio alle mie spalle ha ancora lo sguardo perso, è una cosa seria, non si può avere quello sguardo se Dakota è in pedana. Decido di andare da lui, ha bisogno di me, però prima lascio a Dakota i miei venti euro in monete, per sua comodità non ho spacchettato il rotolo, prima di lasciarlo sulla pedana, così non deve nemmeno staccare le mani dal palo.

venerdì 2 aprile 2010

Un amico

Seduto al tavolino del Papillon, con le guance ancora arrossate e con il sangue in ebollizione, mi stavo gustando il mio bicchiere di acqua frizzolina, ripercorrendo i fatti salienti di quella sera.
In alcuni momenti, come un'onda che si ripropone sulla battigia, mi ritornava davanti agli occhi l'immagine di frate Gigiorso. Un brivido mi percorreva la schiena e una gocciolina di sudore faceva capolino sulla mia fronte.
Le forme sinuose di Dakota che si muoveva serpeggiando attorno al palo della lap-dance, erano offuscate dai ricordi vivi e freschi di quella mano callosa sulle mie gote.
Ero in piena fase PiVeChuNo:
Piano vendicativo alla Chuck Norris!
Nel piano (che prendeva forma nelle linee che con il manico della forchetta andavo tracciando sul coprimacchia color salmone del mio tavolino) era tutto semplice:
fase 1) Mi sarei trovato alle spalle del frate e l'avrei tramortito;
fase 2) Trasportare il frate in un luogo sicuro;
fase 3) Legare il frate;
fase 4) Attendere il risveglio del frate;
fase 5) Rendere pan per focaccia al frate.
Ma la mia vena vendicativa andava via via esaurendosi quando passavo a dare i dettagliuzzi a quelle cinque fasi...era più forte di me: non ne ero capace.
"Frate Gigiorso?" disse la voce
"AaaAARrrRGgggGHHH!!!" risposi io unendo, all'urlo disumano che mi scaturì spontaneo, un brusco movimento epilettico e innaturale che mise in movimento almeno centocinquantamila muscoli tra volontari ed involontari.
La figura che si era manifestata all'improvviso si sedette di fronte a me. I suoi lineamenti diventarono sempre più chiari e con il passare dei secondi, il mio cervello, una volta rientrato nella sua sede, incominciò a comprendere le parole:
"Ugastremovolazkitaremusteeòrichhedegoooomcapisciquellochetistodicendo?"
Con la testa riuscii a dire di sì.
"Ti chiederai come ho fatto a capirlo...beh...nella mia esistenza ne ho visti di ematomi: ma solo una persona su questa terra può riuscire ad imprimere nella carne altrui le sue impronte digitali" disse mentre con un movimento dolcissimo, ma allo stesso tempo molto maschio, mi sfiorò la guancia destra "frate Gigiorso!"
"Tu-tu conosci frate Gi-gi-gigiorso?"
L'uomo si fece cupo e si voltò ad est.
Il suo sguardo dava l'idea che al suo orizzonte ci fosser acque infuriate, onde alte sei metri e che lui fosse sul cassero, arpione alla mano, pronto a sferrare un temibile colpo nei confronti di qualche orripilante e mostruosa creatura dei flutti...in realtà, il suo orizzonte erano le chiappe di Dakota che in quel momento stava raccogliendo gli spiccioli che i clienti del Papillon le gettavano sul palchetto. Lei li raccoglieva con nonchalance, evitando nella maniera più assoluta di piegare le ginocchia. Era in quei momenti che nel club papillon, situato in Via da Bari, a Bari, non volava una mosca!
"Ho un piano, amico mio, per risolvere questa drammatica situazione che ti ha sconvolto come una volta sconvolse me" disse riportando il suo sguardo sul mio orizzonte e asciugandosi la saliva che gli si era formata sul lato destro della bocca "parliamone in privato, magari davanti ad un bel piatto di bastoncini findus"
"Sento una good vibration, amico mio, vieni con me: i miei zii hanno un ristorante qua vicino che ha un club privè ricavato abusivamente sotto le cucine"
Ci alzammo.
Uscemmo.
Andammo per la notte, leggermente staccati, ma uniti da un forte ideale: la vendetta è un piatto di Melanzane alla parmigiana che va gustato caldo...

mercoledì 24 marzo 2010

La festa vip

Bisogna dire che al club Papillon sanno fare le cose davvero in grande, lo stesso invito alla festa, per esempio, carta di lusso, di un certo peso, lucida ma patinata, con la foto di cinque ragazze nude, le parti intime coperte solo dalla scritta “SERATA VIP” e sopra di loro, a campeggiare su tutto, il simbolo del club Papillon: due tette enormi su sfondo rosa, l'avrà sicuramente disegnato lo stesso che ha fatto l'insegna dell'officina “pimp my ape”. La mia ape, con quella sì che avrei fatto un'entrata degna della serata e non come quella che ho fatto, arrivando con un mezzo noleggiato, un monopattino. Non potevo permettermi altro, devo risparmiare per far aggiustare l'ape. Anche il buttafuori è in gran spolvero, ha pure il tirapugni delle serate di gala, quello con gli swarovski; mi saluta con un grugnito amichevole, non mi apre la porta, ho le chiavi. La cameriera mi indica il tavolo con un colpo di tette e colpisce per sbaglio un avventore, non avevo mai visto uno felice di essersi rotto il naso; è il mio solito tavolo, quello sotto la pedana, talmente attaccato che una volta mi sono trovato anche io cento euro nelle mutande. Mi guardo in giro e già pregusto la consumazione obbligatoria ma capisco che ho interpretato male l'invito quando la cameriera mi chiede “prendi qualcosa?”, “te!”, “Mi dispiace, qui serviamo solo alcolici”; ecco perché il barista mi sorrideva ed il padrone del locale si è fregato le mani al mio arrivo. Aspetto la mia solita birra pagata, per l'occasione, venticinque euro, addio specchietti panoramici sulla mia ape; ricomincio a guardarmi in giro riprendendo da dove mi ero interrotto, come al solito, per divagare e lo vedo, seduto al tavolo dietro il mio, sorseggia un tamarindo e gin; è una faccia conosciuta, devo averlo già visto lì, anche se sembra diverso, muove nervosamente le mani ma quello, di solito, lo fa comunque, solo, sotto il tavolo. No, sono gli occhi, ha qualcosa nello sguardo, qualcosa che riconosco bene: il vacuo terrore che solo un uomo può avergli instillato, Frate Gigiorso! Certo, ad ulteriore conferma ci sono le impronte delle dita stampate sulle guance, quelle non lasciano più dubbi. I ricordi mi allagano il cervello rischiando di far affogare le donnine nude che ci vivono; ho avuto a che fare con Frate Gigiorso due anni fa, fu una brutta storia di computer, videochat a pagamento e casalinghe cinquantenni. Avevo un problema, io pensavo fosse la connessione a singhiozzo ed invece era dipendenza da internet; chiesi aiuto agli “internetdipendenti anonimi”, si incontravano tutti i giovedì, il fatto che gli incontri fossero in una room di Second Life non mi convinceva molto; poi trovai un opuscolo nella mia parrocchia. C'ero entrato perché avevo forato e mi serviva una croce per fare leva, il crick non era previsto nelle dotazioni dell'ape; l'opuscolo illustrava il “corso di disintossicazione da computer” tenuto da Frate Gigiorso; il prossimo incontro era quella sera stessa, stavo per lasciar perdere quando mi ricordai che solo due giorni prima mi avevano beccato in trance, davanti al pc, nudo con in mano un grembiule per le pulizie ed un piumino per la polvere; decisi che avevo bisogno di un aiuto: dovevo prendere un aspirapolvere, e poi decisi che sarei andato all'incontro. Si svolgeva tutto nella sala attigua alla parrocchia, prima veniva utilizzata come obitorio poi i cadaveri si erano lamentati per il freddo ed erano stati spostati altrove ed adesso veniva utilizzato per i gruppi di auto aiuto: i “dipendenti da internet”, gli “schiacciapalline convulsi di fogli da imballaggio con le palline”, i “maniaci del 'mi pare'” ed altri gruppi così. Il corridoio non era molto largo, ricordo che mi si consumarono le maniche della giacca e stavo camminando di lato; al soffitto quattro lampadine che emanavano una luce troppo forte, ne svitai tre per fare atmosfera. Mi chiedevo cosa avessero i cadaveri da lamentarsi quando sentii un vento ghiacciato alle spalle come se quel dannato posto avesse una corsia preferenziale dall'artico. Arrivai in una stanza con delle sedie in circolo, fui guardato male, era l'incontro del gruppo “sedie che si credono poltrone” ed ero arrivato nel bel mezzo della confessione di una sedia di paglia che diceva di essersi rovinata spendendo tutto in pomate per la pelle perché si credeva una Frau. Quel posto faceva strani scherzi, forse per colpa del vento gelido, forse per colpa della luce, forse per colpa dello spazio angusto, oppure per colpa della puzza immonda che sentivo e che si faceva sempre più forte, era alle mie spalle. Dietro di me un omino piccolo, magro da fare schifo, coi capelli lunghi fino al collo, radi, sporchi e grigi con addosso un saio marrone che non vedeva l'acqua da prima che io nascessi e che copriva a malapena dei piedi scalzi, lerci e puzzolenti: Frate Gigiorso, ne ero sicuro, nessuno mi aveva parlato di lui, nessuno me lo aveva descritto ma io sapevo che il sant'uomo era lui. La prima cosa che mi disse, guardandomi bonario, fu: “Chissei? Sei Vito? Sei Mario? Sei Gian Gino?”, “E chicazz'è Gian G...” SBAM SBAM e caddi come corpo morto cade.

lunedì 15 marzo 2010

Il corso

Il corridoio della sala attigua alla parrocchia mi fa paura.
Quattro lampadine penzolano come scimmie dal soffitto, sospinte da un vento tiranno e ghiacciato: tre di loro non vanno. Procedo nella tempesta creata dagli spifferi di corrente e mi sento un po' capitano Achab e un po' coglione: che ci faccio qui?
Penso al Papillon.
Visualizzo i tavolini bassi di vetro, coi calici in cristallo di Boemia strabordanti di stuzzicanti bollicine; penso ai sontuosi tramezzini infarciti di mortazza e caviale; immagino i corpi sinuosi delle ragazze che si dimenano al palo della lap dance. Le stesse ragazze del dèpliant che ho nella tasca della giacca....
...
Ne ho bisogno
...
Ancora una volta
...
Estraggo il foglietto e lo guardo:
è rettangolare, rosa, un'ottima carta (cos'è un 300gr?) lucida ma patinata; la foto è centrale e ritrae cinque ragazze completamente ignude: la scritta SERATA VIP copre i punti strategici.
Mi guardo intorno: nessuno.
Con l'unghia dell'indice provo a grattare le lettere della scritta in modo da...
"Chissei? Sei Vito? Sei Mario? Sei Gian Gino?"
La voce è così forte e improvvisa che il mio cuore smette di battere.
Guardo la lampadina che sbatte a destra e a mancina, sento il vento che mi aggredisce e ho tanto freddo...
SBAM! SBAM!
Le sberle più micidiali che abbia mai preso.
La prima si abbatte sulla guancia destra. Il calore si propaga velocemente su tutto il volto e neanche faccio in tempo a sorridere per la magnifica sensazione che la seconda si schianta sulla guancia sinistra, preceduta da un veloce sibilo che come la spada di Goemon mi taglia la cravatta che avevo scelto per la serata del corso di disintossicazione da computer.
Casco a terra come un sacco di patate.
Quando riprendo i sensi sono seduto e c'è gente intorno a me.
Anche la gente intorno a me è seduta.
Siamo tutti seduti.
In cerchio.
La vista, lentamente, mette a fuoco le persone attorno a me e la voce che sta parlando, piano piano, riesce ad emergere e riesco a distinguerla dal mugghio del vento che imperversa pure lì.
La voce è di Frate Gigiorso, un omino piccolo così, magro da fare schifo, coi capelli lunghi fino al collo, radi, sporchi e grigi. Indossa un saio marrone che gli arriva ai piedi scalzi, lerci e puzzolenti:
"...e disse il profeta: passavo ore e ore davanti al mio Commodore Vic20. Senza vedere amici. Senza avvertire il flusso benefico della vita che c'era fuori. Volete diventare come me?"
"Nooooooooooooooo!" grida la folla
"Volete ridurvi così?"
"Nooooooooooooooo!"
"Sapete che potete farcela: andate e portatemi i vostri computer!"
Le persone sedute attorno a me (saranno dodici/tredici, ma quando urlavano sembrava di essere a san Siro!) si alzano e si avviano verso l'attaccapanni. Poi si chinano per prendere i loro computer portatili e riprendono il loro posto:
"Chi ha inventato il computer portatile possa morire adesso!"
"Adesso!" schiamazza la folla
"Veramente Adam Osborne è già morto...nel Marzo 2003, ad essere precisi" mi ritrovo a dire senza volerlo dire e trovandomi in quella tipica sensazione che tu dici una cosa che non volevi dire ma la dici e facevi magari meglio a startene zitto...
"E tu chi sei? Chissei? Sei Vito? Sei Mario? Sei Gian Gino?" domanda il frate brandendo con violenza una tastiera ergonomica salvapolsi
"No, sono Massimo...."
"Sei il nipote di Calandra?"
"Ehm...si..."
"E allora questa sera quando ritornerai a casa, portale una carezza e dille: questa è la carezza di frate Gigiorso"
SBAM SBAM!
Le sberle. stavolta, sono più rapide e mi sorprendono come un mattino di primavera dopo il lungo inverno.
Non mi sento più le guance. Ho tanto freddo e voglio la mamma.

giovedì 4 marzo 2010

Celebrazioni

Ho ricevuto un invito dal Club Papillon, me lo ha portato stamattina il postino; guardavo la tv ed ho sentito il campanello suonare una volta, sono andato al citofono, “chi è?”, “il postino”, “ma non dovreste suonare due volte?”, “volevo fare una sorpresa”; il mio postino è una persona davvero simpatica. Una volta, era giugno, dovevo partire per una vacanza al mare ma non avevo costumi e ne ho comprati dieci da un sito di commercio elettronico, garantivano una consegna celere ed erano scontati, e lui, il postino, per farmi la sorpresa ha aspettato Natale per consegnarmeli. Davvero una persona simpatica. Ho divagato; guardavo la tv quando il postino mi ha recapitato l'invito, guardavo la scuola di cucina sul canale del Gambero Rosso. Non che voglia diventare un cuoco ma offre ottimi spunti per il mio lavoro di dialoghista di film porno; era la preparazione di un dolce, “prendete due uova e sbattetele forte, se potete montatele con una frusta”, stava venendo fuori un ottimo dialogo per un film sadomaso ed è arrivato il postino. Ho divagato tornando da una divagazione, sto peggiorando. L'invito è per venerdì, per festeggiare il ventennale del Club Papillon ed io che sono un loro grosso benefattore sono stato invitato a questa festa privata. Sono talmente benefattore che l'ultima volta che ci siamo visti, il padrone del locale ha indicato il nuovissimo bancone del bar e mi ha detto “grazie”; ha anche messo una targhetta sul primo palo con su scritto “Gentilmente donato da Mimmo”; Dakota la utilizza per slacciarsi il reggiseno ed ogni volta che lo fa mi gonfio d'orgoglio, almeno credo sia orgoglio. Tutti quei soldi infilati nella biancheria invece che nel materasso ed adesso non ho la possibilità di pagare la riparazione della mia ape e sono costretto a fare economia su tutto; compro le scatolette di tonno dal discount, quello dei pescherecci di terza categoria; in quelli di seconda, se pescano delfini, non si fanno scrupoli; in quelli di terza nemmeno se pescano un relitto, infatti sa di truciolato. Ma alla festa ci vado, sull'invito c'è scritto “consumazione obbligatoria”, vuoi vedere che esce una bella seratina?

mercoledì 17 febbraio 2010

Frate Gigiorso

La tavola è apparecchiata in modo spartano.
Fogli della Gazzetta dello Sport come tovaglia, carta igienica come tovagliolo.
Zia Calandra, vestita alla maniera delle zoccole, ha i capelli stravolti, una sigaretta che le pende dalle labbra, un padellone nella mano sinistra e una ramaiola nella mano destra:

"Massimì? Ne vuoi ancora?"

Lancio un'occhiata incredula al contenuto del padellone. La pesante gratinatura nasconde qualcosa di misterioso. Provo ad annusare e avverto solamente l'odore della cipolla.
La "gratinatura" è un metodo culinario che ha radici antichissime. Si narra che fu inventata da un cuoco un po' mago e un po' figliodiPù che si divertiva a fare giochi ilari al suo re.
Era un inganno, la gratinatura.
Il cuoco giocoso e figliodiputtoso aveva capito che sotto una crosta dorata, saporita e croccante ci si poteva nascondere di tutto....purchè mischiato con provolone piccante e dadini di salame.
Celebre è la sua ricetta della "Teglia Reale" i quali ingredienti furono svelati solo alla morte dell'autore, ritrovati in un manoscritto con tanto di appunti e reazioni dei commensali.
Gli ingredienti della "Teglia Reale" erano provolone piccante, dadini di salame, pan grattato, palline da ping-pong e listarelle di gomma vulcanizzata.
All'università di Cambridge, un'equipe di studiosi, sta tutt'ora studiando il manoscritto per cercare di capire come il suddetto cuoco facesse a reperire palline da ping-pong nel 1433:

"No, zia...stò a posto grazie"
"Senti giovanotto" attacca mio zio Denanzio dopo aver ottenuto l'attenzione con un rutto "c'è una persona che ti vuole conoscere..."
"Ah sì?" dico con nonscialans mentre bevo indifferente il quarto bicchiere di Moscato di Trani.
"Dice che potrebbe aiutarti con la tua malattia..."
"Malattia?" (quinto bicchiere)
"Il fatto che te ne stai a fare un cazzo davanti al computer, no?"
"Ah! Quella malattia? (riempio il sesto bicchiere) Ma no....è tutto sotto controllo (scolo il sesto bicchiere)"
"Dai retta a uno che c'è passato! Frate Gigiorso ha avuto la tua stessa malattia. Tanti anni fa. E' stato un preccursoro, lui"
"Un preccursoro?" (valuto l'idea di attarcarmi direttamente alla bottiglia)
"Si. Organizza dei corsi serali nella sala attigua alla Parrocchia. Ogni Venerdì sera"
"Ma il venerdì sera è la serata del..."
"E' la serata del corso di Frate Gigiorso" dice rimboccandosi le maniche della camicia e incominciando a scrocchiarsi le dita delle mani.

Il linguaggio del corpo è comprensibile a tutti.
Anche ai trentaseienni ubriachi di Moscato di Trani.
Sorrido.
Il vino è finito.
E anche io lo sono.

martedì 9 febbraio 2010

Rinunce

Mi hanno chiamato dal Club Papillon, sono giorni che non ci vado e si sono preoccupati, che cari. Sto cercando di risparmiare soldi per far aggiustare la mia ape, mi ha chiamato anche il carrozziere. Erano anni che non ricevevo tante chiamate in un giorno, da quando il mio numero si trovava scritto sulle porte dei bagni dell'Autogrill di Canne della Battaglia; ricordo che ricevevo telefonate a tutte le ore del giorno e della notte, mi hanno chiamato tutti i camionisti della regione ed anche quelli stranieri, il fatto che ci fosse un disegno invece che una scritta, vicino al numero, aiutava nell'interpretazione. Poi l'Autogrill ha cambiato gestione, è diventato Sarni e sono state cambiate le porte dei bagni. Non ho ancora avuto modo di andarci con un pennarello: ho la tariffa autoricarica, al cellulare. Come al solito ho divagato, lo faccio davvero troppo. Il carrozziere mi voleva avvisare che aveva avuto un sacco di pezzi di ricambio per l'ape e che, se avevo i soldi, sarebbe riuscito a farmela riavere nel giro di un paio di giorni. C'era stato l'annuale rally delle ape che si svolge sul lungomare; centinaia di ape si affrontano derapando sulle curve del circuito cittadino con il pilota in cabina ed il navigatore sul cassone. Quest'anno era avvenuto un incidente; al porto aveva attraccato una nave da crociera bielorussa carica di modelle in viaggio premio. Il gruppone era compatto quando si è trovato a passare di fronte al porto proprio nel momento in cui le bielorusse, in massa, si accingevano a raggiungere il centro, a piedi. C'era stato un unico, lungo, “muduuuuuuuuuuuuuu” di navigatori e piloti che si erano voltati all'unisono senza accorgersi del camion porta-container che usciva, di fronte a loro; una tragedia, decine e decine di ape ammonticchiate una sopra l'altra, alcune incastrate tra le ruote: è sempre un tir a decretare la fine di un'ape. I pezzi di ricambio che si erano prodotti però erano sufficienti per costruire di sana pianta venti ape, sette scooter, un carrettino per i gelati e la riproduzione in lamiera di una nave vichinga a grandezza naturale. La proposta del carrozziere mi allettava ma i soldi, dannazione, non ci sono. Ho iniziato anche a cercare un secondo lavoro, il dialoghista di film porno non basta; un mio vecchio amico farmacista, sapendo di questa mia necessità mi ha proposto di lavorare con lui perché aveva deciso di offrire, nella sua farmacia, la prova dell'udito, gratuita. Avevo accettato; lui si sedeva di fonte al soggetto da testare ed io, alle spalle di questo, iniziavo a ripetere, a voce sempre più alta, “stronzo”, quando il soggetto si incazzava significava che aveva sentito. Il lavoro l'ho lasciato subito, la paga era buona ma spendevo tutto in garze, pomate ed antidolorifici. Non sapevo cosa dire a quelli del Club Papillon, erano stati così gentili, mi hanno detto che il mio tavolo sotto la passerella non lo avevano dato a nessuno, lo tenevano per me; che le ragazze erano tristi, Natasha non faceva nemmeno più il suo spettacolo di magia con la sparizione del birillo e la spaccata. Non ce l'ho fatto più ed ho confessato che non potevo spendere soldi, che mi servivano; mi hanno detto che mi fanno lo sconto, la birra me la fanno pagare 19 euro e cinquanta. Che cari, stasera ci vado.